sono tornato 16enne

questa è l’unica spiegazione che mi do! Perchè dico questo? Semplice! Perchè a 16 anni provavo le stesse sensazioni! Invece di crescere sto retrocedendo… Già l’anno scorso ero tornato, con il mio stile di vita, un 18 enne, ora invece inizio a riprovare le sensazioni di un vero e proprio teen ager! Vivo aspettando un telefono che non deve suonare, riutilizzando quella mia tanta amata parola “utopia”. Ritorno masochista e gran pensatore, forse addirittura macchiavellico! Ricordo a 16 anni quel giorno che, seduto sul divano, aspettavo la telefonata della mia amata, telefonata che proprio non voleva arrivare. Sapevo che non sarebbe arrivata, ne avevo la certezza quasi matematica, ma, nell’irrazzionalità dell’amore, attendevo quello squillo… Il telefono non voleva proprio sentir ragione di suonare… Le lanciette di quel vecchio orologio scandivano ore e non secondi… Il telefono poi inizia a trillare. Il mio cuore si riaccende come se una scarica elettrica lo stesse percorrendo. Si illuminava di una triste gioia. Sembrava quasi esplodere! Il cuore ed il telefono suonavano all’unissono. Il mio corpo sembrava congelato, immobilizzato, quasi in preda al panico. Riuscivo poi a reagire, mi alzavo e, come una lumaca, mi avvicinavo all’apparecchio. La mia mano quasi tremava dalla paura di concretizzare quella falsa speranza. Mi facevo infine forza e distruggevo quell’inutile sogno che avevo creato.

Questo intervento non lo pubblico ora… ora sta per 26 luglio 2009, ore 19:11… Ci sono vari motivi per cui non lo pubblico, tra cui il fatto che non trovo il mio quaderninoooo!!! Voglio trascrivere il testo originale di quello che esternavo oramai 12 anni fa!

Libera la mente…

Tutto accadde in sereno pomeriggio di maggio. In una di quelle giornate che passeresti a passeggiare al sole, parlando e camminando per ore ed ore. Quel pomeriggio mi trovavo invece in casa. Ero così tremendamente sicuro che lei sarebbe venuta e continuavo a sistemare casa per renderla il più presentabile possibile. Continuavo a guardare tutti gli orologi perchè le quattro e mezza sembravano non arrivare mai. Quattro e venticinque, ventisei, ventisette… Più che una persona in attesa di un dolce evento sembravo essere un condannato a morte in ansia per la  propria esecuzione. Le quattro e mezza sembravano  non voler arrivare cosi decisi di andare a farmi una bella doccia, rinfrescando il mio corpo e cercando di perdere tempo. Sotto la doccia anche l’acqua cadeva al rallentatore. Era una congiura! Poi finalmente il telefono squillò! Mi affrettai ad uscire, bagnando mezza casa alla ricerca del cellulare. Risposi appena in tempo. “Sono nella tua via” disse lei con quella giovanissima voce. Non sapevo cosa replicare e per non restare ammutolito risposi con un ok. “A che numero stai, è mezz’ora che cerco di parcheggiare” aggiunse lei come per giustifcarsi. Nel frattempo la sentivo camminare e non capivo che parcheggio dovesse mai cercare. Non feci in tempo a rispondere che un’ultima domanda mi colse di sorpresa “Il 20? Sono qui di fronte, mi apri?”. Dissi solo “Ok, arrivo” e chiudendo il telefono mi fiondai in camera da letto ad infilarmi jeans e maglietta. Camminando con i pantaloni mezzi calati e quasi incianpando nel tragitto verso l’ingresso raggiunsi la porta. Entrò dentro casa come una bimba entra in classe il primo giorno di scuola. Con quel sorriso che le illuminava il viso e quei sue grandi occhioni verdi. “Ciao” fu tutto quello che disse. Io mi sentivo terribilmente impacciato ed a disagio poichè non indossavo neppure le scarpe. “Mi metto le scarpe ed andiamo?” dissi io per non evidenziare il mio desiderio di stare lì con lei. L’angioletto non rispose e continuava a guardarmi mentre calzavo le scarpe. Mi rialzai e mi ritrovai proprio faccia a faccia con lei. I nostri visi talmente vicini che riuscivo a sentire il suo respiro. Quei due occhioni si erano persi dentro i miei ed io non riuscivo a staccarmi. La baciai ovvero lei baciò me, non importa, non cambia nulla. Le nostre labbra si sfioravano smosse da una passione ingenua che scivolava come ghiacchio sui nostri corpi. I miei occhi si aprivano per qualche piccolo istante ritrovando i suoi ed abbandonandoci in quell’indocile danza. Eravamo in piedi proprio vicino all’uscita. La sua schiena poggiava per metà su quell’angolo, imprigionata come su una ragnatela. La desideravo più di ogni altra cosa al mondo e con una voce quasi tremolante le dissi “Andiamo di là?”. Di là poteva significare tutto e niente poichè era la prima volta che lei entrava a casa mia. Non sapeva che stanze c’erano  anche se quelle poche parole erano molto esplicite. Con un filo di voce e con un puro sorriso mi disse “Si”. La sollevai da terra, prendendola in braccio come una principessa e la portai nella mia camera. C’era poca luce ma riuscivo a vederla perfettamente. L’adagiai sul mio letto e mi stesi al suo fianco. Riniziammo a baciarci come due amanti da una vita. Baci che non avevano tempo, baci che non avevano età, baci che accendevano le nostre anime, infuocavano i nostri corpi. Le nostre mani esploravano freneticamente, desiderose di saziare i nostri istinti. I nostri vestiti sparirono e nudi uno sull’altro i nostri cuori battevano come un rullo di tamburi. Mi sentivo un adolescente, innamorato e desideroso, che realizza il proprio sogno. Facemmo l’amore. Forse era la prima volta che il sesso eveva senso per noi. Ed eccoci esausti e appagati del nostro amore. Un amore tutto nostro. L’amore che varcava ogni limite materiale. L’amore tanto desiderato e mai raggiunto. Osservavo la sua schiena, indorata dallo spiraglio di luce che perveniva da fuori. Percorrevo con le mie dita la sua pelle vellutata, disegnando strade e ponti, sfiorando i suoi fianchi per vederla ridere un po’. Il suo viso tutto ad un tratto s’incupì, preoccupato di quello che era accaduto o quello che stava accadendo. Le mie braccia non bastavano più a darle quella sicurezza che tanto desiderava e il suo cuore iniziava ad allontarsi dal mio. Non volevo lasciarlo scappare, ma neppure imprigionarlo del mio amore. La mia bocca si avvicnò al suo orecchio. La mia testa era vuota, senza ragione, senza paure. E’ in quei momenti che il cuore prende il sopravvento, mettendo in un angolo la razionalità. Con un filo di voce, leggermente sollevata da questa nuova emozione, uscirono queste parole “libera la mente, non pensare a niente. Ora sei qui con me”. Sentii il suo cuore riavvicinarsi al mio. Come un treno senza conducente e senza alcuna volontà di fermarsi accelerava la sua corsa. Mi strinse forte, mentre i suoi occhi luccicavano di una gioia immensa. La sua testa si abbandonava sul mio petto ubriacandomi col profumo dei suoi capelli. Non so quante ore passammo così! Il tempo non aveva più un senso, forse nulla più ne aveva. Vivevamo nell’egoismo spensierato del nostro amore. Come un quadro, che rendeva dipinti così da lì all’eternità.

Volare

Volare. Io ho una paura folle di volare e sono passati più di 6 anni da quando ho preso per l’ultima volta l’areo. Non so cosa mi spaventa, cosa mi preoccupa o suggestiona a tal punto di essere terrorizzato al sol pensiero che quell’enorme ammasso di metallo si sollevi da terra. Eppure volare da un senso di libertà enorme. Non sono mai riuscito a gettarmi da un aereo, anche se un tempo l’idea di fare il brevetto di paracadutista mi entusiasmava un sacco. Ho provato il bunjee jumping ed è stata un’esperienza fantastica. Sentirsi nel vuoto, leggeri… sembrava proprio di volare, o almeno credo. Non posso avere la certezza di cosa si provi a volare con le proprie forze, non sono un gabbiano. Eppure gli istanti passati tra il cielo e la terra sono istanti bellissimi di immensa libertà. Ho paura di volare? Eppure volo tutti i giorni, volo alla ricerca di correnti ascensionali giuste, volo cercando di andare sempre più in alto, ma finendo il più delle volte con l’andare in stallo e precipitare giù. Eh si, bisogna saper volare e forse un’intera vita non basta per affinare la tecnica. Volare non è affatto semplice, si incorre in una marea di vuoti d’aria, di tempeste, di uragani. Bisogna seguire gli spiragli di luce che tra il grigio ed il viola delle nuvole ci indicano la rotta per il cielo. Occorre molta forza e fermezza, soprattutto quando sei precipitato giù. Spiccare il volo da terra non è affatto semplice, necessità di una potente spinta e di una vera costanza. E poi, pian piano, si riprende quota, si rinizia a  planare, lasciando alle spalle le pianure già visitate, continuando a guardare l’orrizzonte e sperare.

ultimi 3 giorni…

Non so come iniziare questo intervento, ma ho una gran voglia di scrivere. Dopo tre sere consecutive passate a bere e “ballare” sento proprio il bisogno di scaricare un po’ di me stesso in queste poche righe. Sono da poco tornato a casa e per svariati motivi sono veramente stanco. Proprio per questa stanchezza non mi soffermerò su discorsi moralistici e non parlerò delle mie, talvolta singolari, visioni di vita. Voglio scrivere e basta! Scrivere mi fa star bene, libera la mia mente e le mie dita su questa tastiera corrono ininterrottamente narrando la mia prospettiva. Stasera, come nelle ultime due serate, ho bevuto un bel po’ abbandonando il mio corpo alla frivolezza delle illusioni del benessere. L’alcool modifica le nostre percezioni e accontenta il nostro io così come l’attività onirica seda il nostro subconscio. Sicuramente leva temporaneamente le nostre inibizioni e ci rende capaci di cose che nella nostra normalità non faremmo, ma restano sempre futili tentativi di realizzarci, di sentirci vivi. L’effetto prima o poi svanisce e le sensazioni, i problemi ed i nostri tormenti interiori restano sempre gli stessi… Ammetto, avversamente a quanto detto, che come necessitiamo di sognare per appagare i nostri desideri più profondi, abbiamo anche bisogno di sfogare la nostra indole ad occhi aperti.

uomo solo

“L’uomo veramente solo non è quello che vive nella solitudine, ma colui che non sa assaporare quel che la vita da”

Eh si… assaporare tutto! Assaporare stati contrapposti come gioia e dolore e sentirsi ancora vivi! Vivi e basta! Preferisco soffrire, se quel che cagiona la mia sofferenza è stata una gran gioia! Vivere giorno dopo giorno spalancando gli occhi e riflettendo sulla nostra fortuna: la fortuna di essere vivi. Respirare, osservare le nuvole su di un cielo blu, sentire una brezza che accarezza la tua pelle come sfiora le foglie di un albero… Vivere! La solitudine ti fa apprezzare maggiormente ciò che la vita da, ti insegna a gioire nell’essere vivo e non ti lascia mai solo. Povera è invece la persona che non apre gli occhi, che non sa udire o odorare… che è ammaliato da finte sensazioni ma che alla fine della giornata lo rendono realmente solo.